1955,L’Urlo di Ginsberg scandalizza il mondo

Ieri sera, su Rai5, è andato in scena Howl, il film sulla poesia l’urlo di Allen Ginsberg (Newark, 3 giugno 1926 – New York, 5 aprile 1997), poeta della Beat Generation, la corrente culturale che avrebbe successivamente incendiato il mondo. La posto e se qualcuno ne avesse voglia potrebbe rileggerla:

Ho visto le migliori menti della mia generazione distrutte dalla 
follia, affamate isteriche nude, 
trascinarsi nei quartieri negri all’alba 
in cerca di un sollievo astioso, 
alternativi dalle teste d’angelo in fiamme per l’antica celeste 
connessione con la dinamo stellata nel meccanismo 
della notte, 

che in poverta’ e stracci e occhi vuoti e fatti sedevano 
fumando nell’oscurita’ soprannaturale di 
appartamenti con acqua fredda galleggianti tra le cime delle citta’ 
contemplando il jazz, 
che esponevano i cervelli al Cielo sotto l’El[1] e 
vedevano angeli maomettani barcollare illuminati su tetti 
condominiali, 
che attraversavano universita’ con freddi occhi splendenti 
allucinando l’Arkansas e la tragedia della Blake-light 
fra gli studiosi della guerra, 
che venivano espulsi dalle accademie per estremismo & 
pubblicazione di odi oscene sulle finestre del 
cranio, 
che si annidavano in stanze non sbarbate in mutande, bruciando 
i loro soldi in cestini dei rifiuti e ascoltando 
il Terrore attraverso il muro, 
che venivano perquisiti nelle barbe pubiche tornando via 
Laredo con una cintura di marijuana per New York, 
che mangiavano fuoco in alberghi riverniciati o bevevano trementina a 
Parco Paradiso, morte, o purgatoriavano i propri 
busti notte dopo notte 
con sogni, con droghe, con incubi a occhi aperti, 
alcol e cazzo e palle infinite, 
incomparabili vicoli ciechi di nuvola vibrante e 
fulmine nella mente scagliata verso i poli di 
Canada & Paterson, che illumina tutto l’im- 
moto mondo del Tempo in mezzo, 
solidita’ di Peyote di saloni, albe di cimitero dell’albero verde del 
cortile, ubriachezza di vino sui tetti, 
borghi commerciali di giretto da fumati semaforo lampeggiante 
al neon, vibrazioni di sole e luna 
e albero nelle ruggenti foschie invernali di Brooklin, 
proclami Ashcan e luce mentale di re gentile, 
che si incatenavano a metropolitane per l’interminabile 
corsa da Battery al benedetto Bronx sotto benzedrina 
finche’ il rumore di ruote e bambini li faceva scendere 
tremanti con la bocca convulsa e abbattuti il cervello inaridito 
tutti drenati di splendore nella sconfortante luce di Zoo, 
che si immergevano tutta la notte in luce sottomarina di Blickford’s 
emergevano e sedevano a smaltire la birra svaporata dopo 
mezzogiorno in un desolato Fugazzi’s, ascoltando il frastuono 
d’inferno dal jukebox a idrogeno, 
che parlavano senza interruzione settanta ore da parco a 
casa a bar a Bellevue a museo al Ponte 
di Brooklin, 

battaglione disperso di conversazionalisti platonici che saltavano 
fuori da scalinate da uscite di sicurezza da davanzali 
dall’Empire State dalla luna, 
chiacchiericciando strillando vomitando sussurrando fatti 
e ricordi e aneddoti e pugni nell’occhio 
e traumi di ospedali e carceri e guerre, 
interi intelletti degurgitati in flusso di coscienza per sette giorni 
e notti con occhi brillanti, carne per la 
Sinagoga gettata sul pavimento, 
che svanivano nel nulla Zen New Jersey lasciando una 
pista di ambigue cartoline illustrate dell’Atlantic 
City Hall, 
soffrendo calure orientali e artriti Tangerine 
e emicranie della Cina durante astinenze da roba 
in una camera squallidamente arredata di Newark, 
che giravano e giravano a mezzanotte nello 
spiazzo della ferrovia domandandosi dove andare, e andavano, 
senza spezzare nessun cuore, 
che accendevano sigarette a camionate camionate camionate arrancando 
nella neve verso fattorie solitarie nella notte 
del nonno, 
che studiavano Plotino Poe San Giovanni della Croce telepatia 
e bebop cabbala perche il cosmo vibro’ 
istintivamente ai loro piedi in Kansas, 
che si aggiravano solitari per le strade dell’Idaho cercando 
angeli indiani visionari che fossero angeli indiani 
visionari, 
che pensavano di essere solo pazzi quando Baltimora 
risplendette in estasi soprannaturale, 
che saltavano in limousine con il Cinese dell’Oklahoma 
ispirati dalla pioggia invernale di semaforo di paesino 
a mezzanotte, 
che si aggiravano affamati e soli per Houston 
cercando jazz o sesso o zuppa, e seguirono lo 
spagnolo brillante per conversare sull’America 
e l’Eternita’, un’impresa disperata, e cosi’ si 
imbarcarono per l’Africa, 
che sparivano nei vulcani del Messico lasciando 
dietro di se’ nient’altro che l’ombra dei jeans 
e la lampada lava e cenere di poesia sparpagliata nel 
camino Chicago, 
che riapparivano nel West investigando 
sull’FBI in barbe e pantaloncini e grandi occhi 
pacifisti sexy con la loro pelle abbronzata mentre 
distribuivano incomprensibili volantini, 
che si procuravano bruciature di sigarette sulle braccia per protesta 
contro foschia narcotica di tabacco del Capitalismo, 
che distribuivano pamphlet Supercomunisti a Union 
Square piangendo e spogliandosi mentre le sirene 
di Los Alamos li lamentavano via, e lamentavano 
via Wall, e il traghetto di Staten Island pure 
si lamentava, 
che scoppiavano in lacrime nella palestra bianca nudi e 
tremanti di fronte al meccanismo di altri 
scheletri, 
che mordevano ispettori sul collo e strillavano con gioia 
in macchine della polizia per non aver commesso alcun crimine salvo 
la propria pederastia in selvaggia ebollizione e intossicazione, 
che ululavano in ginocchio nella metropolitana e venivano 
trascinati via dal tetto agitando genitali e 
manoscritti, 
che si lasciavano fottere in culo da motociclisti 
santi, e urlavano di gioia, 
che pompavano e venivano pompati da quei serafini umani, 
i marinai, carezze dell’Atlantico e amore 
Caraibico, 
che scopavano la mattina la sera in giardini 
di rose ed erba di parchi pubblici e 
cimiteri spargendo il loro seme liberamente per 
chiunque volesse venire, 
che singhiozzarono all’infinito provando a ridacchiare ma se la cavarono 
con un gemito dietro un separe’ di un bagno turco 
quando il biondo & nudo angelo venne a infilzarli 
con la spada, 
che perdevano i ragazzi per le tre vecchie maledizioni del destino 
la maledizione con un occhio solo del dollaro eterosessuale 
la maledizione con un occhio solo che ammicca dall’utero 
e la maledizione con un occhio solo che non fa nient’altro che 
star seduta tutto il giorno a tagliare i fili d’oro 
intellettuali del telaio dell’artigiano, 
che copulavano estatici e insaziabili con una bottiglia di 
birra un fidanzatino un pacchetto di sigarette una 
candela e cadevano giu’ dal letto, e continuavano sul 
pavimento e nel soggiorno e finivano collassati 
sul muro con una visione di troiaggine perfetta e orgasmo 
che eludeva l’ultimo sprazzo di coscienza, 
che addolcivano le fiche di un milione di ragazze tremanti 
al tramonto, e avevano gli occhi rossi la mattina 
ma erano preparati ad addolcire la fica del sole 
nascente, chiappe balenanti nei fienili e nude 
al lago, 
che andavano a puttane per il Colorado in una miriade 
di auto civette rubate, N.C., eroe segreto di questi 
versi, amatore e Adone di gioia-di-Denver 
alla memoria delle sue innumerevoli trombate di ragazze 
in parcheggi vuoti e retri di tavole calde, sedili traballanti 
di cinema, su cime di montagne in grotte o con 
cameriere ossute in sollevamenti di sottane solitarie 
ai bordi di strade familiari & specialmente solipsismi segreti 
di gabinetti di stazioni di servizio & pure parchi di paese natio, 
che sfumavano via in vasti film sordidi, erano sostituiti 
nei sogni, si svegliavano a un inatteso manhattan, e 
si tiravano fuori da sottoscala intossicati 
di tocai senza cuore e orrori di sogni di ferro 
da Terza Strada & vagavano verso uffici di 
disoccupazione, 
che camminavano tutta la notte con le scarpe piene di sangue sulle 
banchine di neve aspettando che una porta dell’East 
River si aprisse su una stanza piena di vapore 
e oppio, 
che creavano grandi drammi suicidi sui cornicioni 
d’appartamento dell’Hudson sotto il riflettore blu 
da coprifuoco della luna & le loro teste saranno 
incoronate con l’alloro nell’oblio, 
che mangiavano lo stufato d’agnello dell’immaginazione o digerivano 
il granchio sul fondo fangoso dei fiumi di 
Bowery, 
che piangevano per la dolcezza delle strade spingendo carrelli 
pieni di cipolle e cattiva musica, 
che sedevano in scatole respirando nell’oscurita’ sotto il 
ponte, e si alzavano per costruire clavicembali nelle 
loro stanze, 
che tossivano al sesto piano di Harlem coronata di fiamme 
sotto il cielo tubercoloso circondati 
da casse arancioni di teologia, 
che scribacchiavano tutta la notte completamente esaltati per sublimi 
incantesimi che nel giallo mattino erano 
strofe di spazzatura, 
che cucinavano animali fradici polmoni cuore zampe coda borsht 
& tortillas sognando il puro regno 
vegetale, 
che si infilavano sotto camion della carne in cerca di 
un uovo, 
che lanciavano gli orologi giu’ dal tetto per esprimere il proprio voto 
per un Eternita’ al di fuori del Tempo, & delle sveglie 
gli caddero sulla testa ogni giorno per il decennio successivo, 
che si tagliarono i polsi per tre volte in successione senza 
successo, ci rinunciarono e furono costretti ad aprire negozi 
di antichita’ dove credettero di stare 
invecchiando e piangevano, 
che furono bruciati vivi nei loro innocenti completi di flanella 
su Madison Avenue fra esplosioni di versi plumbei 
& il clangore corazzato dei reggimenti 
della moda & gli squittii alla nitroglicerina delle 
fatine della pubblicita’ & il gas tossico di sinistri 
editori intelligenti, o furono investiti dai 
tassisti ubriachi della Realta’ Assoluta, 
che saltarono giu’ dal Ponte di Brooklin questo e’ successo 
veramente e se ne andarono via ignoti e dimenticati 
nel labirinto spettrale della zuppa di vicoli di 
Chinatown & camion dei pompieri, nemmeno una birra gratis, 
che cantavano dalle finestre disperati, cadevano dal 
finestrino della metropolitana, saltavano sul lurido Passaic, 
scavalcavano negri, gridavano per tutta la strada, 
danzavano su bicchieri di vino rotti a piedi scalzi frantumavano 
dischi fonografici di jazz tedesco dei nostalgici 
anni ’30 europei finivano il whisky e 
vomitavano rumorosamente nella maledetta tazza del cesso, gemiti 
nelle orecchie e l’esplosione di colossali fischi di 
vapore, 
che sfrecciavano sulle autostrade del passato viaggiando 
verso la fuoriserie-Golgota dell’altro veglia in solitudine di 
prigione o incarnazione jazz di Birmingham, 
che guidavano per i campi settantadue ore per scoprire 
se io ho avuto una visione o tu hai avuto una visione o lui ha 
avuto una visione per scoprire l’Eternita’, 
che visitarono Denver, che morirono a Denver, che 
tornarono da Denver & aspettarono invano, che 
si occuparono di Denver & incubarono & furono soli a 
Denver e infine se ne andarono per scoprire il 
Tempo, & ora a Denver mancano molto i suoi eroi, 
che caddero in ginocchio in cattedrali irrecuperabili pregando 
per la salvezza dell’altro e luce e tette, 
finche’ l’anima si illuminava il pelo per un secondo, 
che si spaccavano la testa in prigione aspettando 
criminali impossibili con teste d’oro e il 
fascino della realta’ nei cuori che cantassero 
dolci blues di Alcatraz, 
che si ritirarono in Messico per coltivare un vizio, o sulle Montagne 
Rocciose per intenerire Budda o a Tangeri per i ragazzi 
o nel Sud del Pacifico per la locomotiva nera o 
a Harvard per Narciso a Woodlawn alla 
collana di margherite o alla tomba, 
che esigevano test sanitari accusando la radio di 
ipnotismo & restavano con la loro demenza & le loro 
mani & la corte divisa, 
che lanciavano insalata di patate ai relatori del CCNY sul Dadaismo 
e succesivamente si presentavano sui 
gradini di granito del manicomio con teste rasate 
e discorsi carnevaleschi di suicidio, richiedendo 
lobotomia immediata, 
e che ricevevano invece il vuoto solido dell’insulina 
Metrazolo elettricita’ idroterapia psico- 
terapia terapia occupazionale pingpong & 
amnesia, 
che per seria protesta capovolsero simbolicamente un unico 
tavolo da pingpong, riposando brevemente in catatonia, 
ritornando anni dopo veramente calvi a parte una parrucca di 
sangue, e lacrime e dita, al destino visibile di pazzo delle guardie 
delle citta’ manicomio dell’Est, 
le fetide sale del Pilgrim State, di Rockland e di Greystone, 
bisticciandosi con gli echi dell’anima, 
scatenandosi nella solitudine-panca-dolmen-impero 
dell’amore a mezzanotte, sogno di vita un incubo, 
corpi mutati in pietra pesanti come la 
luna, 
con mamma finalmente *******, e l’ultimo fantastico libro 
lanciato fuori dalla finestra del locale, e l’ultima 
porta chiusa alle 4 AM e l’ultimo telefono 
sbattuto contro il muro per risposta e l’ultima stanza 
arredata svuotata fino all’ultimo 
mobile mentale, una rosa gialla di carta arrotolata 
su una gruccia di fil di ferro nell’armadio, e persino 
quella immaginaria, niente altro che uno speranzoso pezzettino 
di allucinazione 
ah, Carl, finche’ non sei al sicuro neanch’io sono al sicuro, e 
ora sei proprio nel completo brodo animale del 
tempo 
e chi dunque corse per le strade ghiacciate ossessionato 
da un improvviso balenio dell’alchimia dell’uso 
dell’ellissi il catalogo il metro & il piano 
vibrante, 
che sogno’ e realizzo’ brecce umanizzate in Tempo & Spazio 
grazie a immagini giustapposte, e intrappolo’ 
l’arcangelo dell’anima tra due immagini visive 
e unifico’ i verbi elementari e concilio’ il nome 
e l’insorgere della coscienza saltando 
con la sensazione di Pater Omnipotens Aeterna 
Deus 
per ricreare la sintassi e la misura della povera prosa 
umana e apparire davanti a te muto e intelligente e 
tremante di vergogna, respinto eppure 
confessandosi l’anima per conformarla ai ritmi 
del pensiero nella sua nuda testa infinita, 
il barbone matto e battito d’angelo nel Tempo, sconosciuto, 
eppure mettendo giu’ qui quanto potrebbe rimanere da dire 
nel tempo dopo la morte, 
e sorse reincarnato nei panni spettrali del jazz nell’ombra 
di corno dorato della banda e soffio’ le 
sofferenze d’amore della nuda mente dell’America in 
un eli eli lamma lamma sabachtani grido di sassofono che 
fece rabbrividire le citta’ fino all’ultima radio 
con il cuore assoluto del poema della vita macellato 
dai loro stessi corpi buono da mangiare per mille 
anni. 

II 

Quale sfinge di cemento e alluminio gli ha spaccato il cranio e ha mangiato 
i loro cervelli e la loro immaginazione? 
Moloch! Solitudine! Sporco! Bruttezza! Ashcan e dollari irraggiungibili! 
Bambini urlanti sotto trombe delle scale! Ragazzi che gemono negli eserciti! 
Vecchi che piangono nei parchi! 
Moloch! Moloch! Incubo di Moloch! Moloch il senza amore! Moloch 
Mentale! Moloch il grande giudicatore di uomini! 
Moloch il carcere incomprensibile! Moloch prigione senz’anima ossa in croce 
e Congresso di dolori! Moloch i cui edifici sono sentenze! 
Moloch la vasta pietra della guerra! Moloch i governi 
stupefatti! 
Moloch la cui mente e’ puro meccanismo! Moloch il cui sangue e’ denaro 
che corre! Moloch le cui dita sono dieci eserciti! Moloch il cui petto 
e’ una dinamo cannibale! Moloch il cui orecchio e’ una tomba fumante! 
Moloch i cui occhi sono mille finestre schermate! Moloch i cui grattacieli 
si ergono nelle lunghe strade come innumerevoli Geova! Moloch le cui 
fabbriche sognano e stridono nella nebbia! Moloch i cui fumaioli e 
antenne coronano le citta’! 
Moloch il cui amore e’ infinito olio e pietra! Moloch la cui anima e’ elettricita’ 
e banche! Moloch la cui poverta’ e’ lo spettro del genio! Moloch 
il cui destino e’ una nuvola di idrogeno asessuato! Moloch il cui nome e’ la 
Mente! 
Moloch nel quale siedo solitario! Moloch nel quale sogno Angeli! Pazzia nel 
Moloch! Bocchinaro nel Moloch! Senzamore e senzauomo nel Moloch! 
Moloch che e’ penetrato presto nella mia anima! Moloch nel quale sono coscienza 
senza corpo! Moloch che mi ha terrorizzato via dalla mia estasi 
naturale! Moloch che io abbandono! Svegliati Moloch! Luce che urla dal 
cielo! 
Moloch! Moloch! Appartamenti robot! sobborghi invisibili! tesori di sheletri! 
capitali cieche! manifatture diaboliche! nazioni spettrali! manicomi 
invincibili! cazzi di granito! bombe mostruose! 
Si sono rotti la schiena per sollevare Moloch al Cielo! Pavimenti, alberi, radio, 
tonnellate! sollevando la citta’ al Cielo che esiste ed e’ dappertutto attorno 
a noi! 
Visioni! presagi! allucinazioni! miracoli! estasi! portati via dal fiume 
americano! 
Sogni! adorazioni! illuminazioni! religioni! l’intero bastimento di stronzate 
emotive! 
Cambiamenti radicali! al fiume! capriole e crocifissioni! via con la corrente! 
Esaltazioni! Epifanie! Disperazioni! Suicidi e grida di animali di dieci 
anni! Menti! Nuovi amori! Generazione ribelle! giu’ sugli scogli del 
Tempo! 
La benedetta risata autentica nel fiume! L’hanno vista tutti! gli occhi selvatici! le benedette grida! 
Hanno dato l’addio! Sono saltati dal tetto! nella solitudine! facendo ciao! 
portando fiori! Giu’ nel fiume! nella strada! 

III 

Carl Solomon! Sono con te a Rockland 
dove sei piu’ pazzo di me 
Sono con te a Rockland 
dove dovrai sentirti ben strano 
Sono con te a Rockland 
dove imiti l’ombra di mia madre 
Sono con te a Rockland 
dove hai assassinato le tue dodici segretarie 
Sono con te a Rockland 
dove ridi per questo umorismo invisibile 
Sono con te a Rockland 
dove siamo grandi scrittori sulla stessa orribile macchina da scrivere 
Sono con te a Rockland 
dove la tua condizione e’ diventata seria e lo riporta la radio 
Sono con te a Rockland 
dove le facolta’ del cranio non tollerano piu’ i vermi dei 
sensi 
Sono con te a Rockland 
dove bevi il te’ dal seno delle zitelle di Utica 
Sono con te a Rockland 
dove fai battute sul fisico delle tue infermiere le arpie del Bronx 
Sono con te a Rockland 
dove gridi in camicia di forza che stai perdendo la partita 
dell’autentico pingpong degli abissi 
Sono con te a Rockland 
dove pesti sul pianoforte catatonico l’anima e’ innocente e 
immortale non dovrebbe morire mai empiamente in un manicomio armato 
Sono con te a Rockland 
dove cinquanta altri shock non restituiranno mai piu’ la tua anima al corpo 
dal suo pellegrinaggio verso una croce nel nulla 
Sono con te a Rockland 
dove accusi i dottori di demenza e trami la rivoluzione 
ebrea socialista contro il Golgota nazionale fascista 
Sono con te a Rockland 
dove separerai i cieli di Long Island e farai risorgere il tuo 
vivente Gesu’ umano dalla tomba sovrumana 
Sono con te a Rockland 
dove ci sono venticinquemila compagni rabbiosi che cantano tutti assieme 
le strofe finali dell’Internazionale 
Sono con te a Rockland 
dove abbracciamo e baciamo gli Stati Uniti sotto le lenzuola gli 
Stati Uniti che tossisce tutta la notte e non ci lascia dormire 
Sono con te a Rockland 
dove ci svegliamo elettrificati dal coma per gli aeroplani delle 
nostre anime che rombano sul tetto sono venuti a sganciare bombe angeliche 
l’ospedale si illumina mura immaginarie franano O smunte legioni 
correte fuori O scossa di grazia a stelle e strisce la guerra 
eterna e’ giunta O vittoria lascia perdere le mutande siamo liberi 
Sono con te a Rockland 
nei miei sogni cammini gocciolando da un viaggio di mare sull’autostrada 
attraverso l’America in lacrime verso la porta della mia villetta nella notte 
dell’Occidente

ALLEN GINSBERG

Nato nel 1981, ottima annata, sotto il segno della Bilancia.
Giornalista e blogger alle falde del Vesuvio.

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