Boston, le bombe e quella maratona di dolore che ci tocca correre

Boston è tutta nelle lacrime versate per Martin, il bambino di appena 8 anni sventrato da uno dei due ordigni scoppiati all’arrivo della maratona più vecchia del mondo. Boston è tutta nei pezzi di carne piovuti sull’asfalto. Boston è tutta nel fumo acre delle bombe. Boston è tutta nella speranza di chi assiste tra i corridoi degli ospedali i superstiti a quel groviglio di fuoco, chiodi e biglie d’acciaio. Boston, la città da dove partì l’Indipendenza americana dall’Inghilterra in ginocchio, esterrefatta, incredula, dilaniata nei corpi e nelle menti. Boston e la sua Harvard fiore all’occhiello della formazione universitaria di quello che è stato l’Impero americano. Sono bastate due bombe, 3 morti e ed oltre 170 feriti (ma il bilancio purtroppo è provvisorio), per far ripiombare il mondo intero nell’angoscia. La matrice è terroristica. Di quale terrorismo si tratti è però ancora presto per dirlo. Islamiche, neofasciste o semplicemente frutto di follia, quelle due bombe portano in seno qualcosa di diverso. Hanno colpito una maratona, l’evento sportivo più “umano” tra gli sport che l’uomo pratica. Prima di imparare a parlare, ad accendere il fuoco, a scrivere graffiti e testi, l’uomo ha cominciato a correre. Per cacciare, per salvare la pelle, per corteggiare. Oggi forse lo fa per non affogare, per non scendere dal veloce treno del mondo. Ma tant’è che la violenza ha colpito nella fantasia e nella cultura di un’America che oggi è il mondo intero. Le maratone, corte o lunghe che siano, hanno intrinseche l’elemento della democraticità. Si corre tutti insieme, giovani, vecchi, dilettanti, professionisti. Una maratona, al di là dell’aspetto tecnico, è il simbolo più prossimo dello stare insieme. C’è tutto dentro. La solitudine, la fatica, il divertimento, il contatto con la natura, seppur piegata e smembrata dalla folle frenesia dell’uomo. Ed allora su quell’asfalto di Boston, con i suoi oltre 130 saliscendi che la rendono tra le più faticose del pianeta, non ci sono solo i pezzi di carne dei morti e dei sopravvissuti. Non c’è solo lo spavento di chi era lì e si trovato in quel mattatoio. C’è anche la certezza che il mondo occidentale è fragile e spesso nudo di fronte alle sue tragedie. E nemmeno rialzarsi e ricominciare a correre basterà. L’immaginario è già in corsa con la paura che questa non sia l’ultima maratona del dolore.

L’aforisma: “Non ci consoliamo dei dolori, ce ne distraiamo”. Stendhal, Armance.

La musica: “Father And Mother”- Yann Tiersen, colonna sonora di Good Bye Lenin

foto boston

Nato nel 1981, ottima annata, sotto il segno della Bilancia.
Giornalista e blogger alle falde del Vesuvio.

    Seguimi su:
  • facebook
  • twitter