Caro figlio, a scuola non ci vai perché non ci sono banchi e sedie.

Ho immaginato di essere un genitore. Ho immaginato di spiegare a mio figlio del perché alla San Giovanni Bosco si fanno le rotazioni. Ho provato a raccontargli dell’omertà che aleggia nelle nostre comunità. Ho provato vergogna per il fatto che la storia sia stata insabbiata e del disinteresse intorno ad essa. Il tutto in un mondo in cui perfino il Vaticano o le ambasciate americane non hanno più segreti.

Caro figliolo,

ti scrivo questa lettera per spiegarti come mai oggi non sei a scuola. O meglio, tu lo sai perché non sei in un’aula della San Giovanni Bosco a seguire normalmente le lezioni. Ci sono le rotazioni. Tu l’hai letto su un cartello attaccato all’ingresso dell’istituto, ma nessuno è stato in grado di spiegarti il perché. Ed allora vorrei dirtelo io: mancano i banchi e le sedie. Lo so, quando leggerai questa lettera riderai. Riderai di gusto perché in tivvù hai sentito dire che quest’anno molte scuole si sarebbero dotate di computer in aula. Allora quasi sicuramente penserai che è impossibile che in un paese nel quale si programmano lezioni informatizzate ci siano ancora istituti senza banchi e sedie. Così come riderai amaramente per il fatto che questa amministrazione abbia speso 6mila euro del fondo di riserva del comune per far divertire l’assessore alla Cultura (che papà ha ribattezzato alla Cottura) ed i suoi amici con un calendario.Probabilmente penserai anche che è difficile credere ad una cosa del genere visto che scuole e pubblica amministrazione si raccordano sui programmi da mettere in atto nei nuovi anni scolastici molto prima che essi comincino. Però io ti scrivo queste poche righe anche per un altro motivo. Voglio metterti in guardia da ciò che oggi accade nel nostro mondo o, se mi trovi troppo generalista, nella nostra comunità. Io sono andato a parlare con il preside dell’Istituto. Non mi ha voluto rilasciare nessun tipo di dichiarazione in merito alla vicenda. Non mi ha voluto dire quanti banchi o quante sedie mancassero, né quanti bambini fossero coinvolti nelle rotazioni. Niente. Lì, tra quelle quattro mura dovrebbero insegnarti, prima ancora della grammatica, della matematica, e della storia, ad essere un ometto capace di affrontare il mondo. Sono certo che lo fanno, ma gli esempi lasciano a desiderare. Spero anche che non t’insegnino ad essere sguaiatamente piagnucolone o pateticamente polemico, ma a camminare con con la schiena ritta e a chiamare i problemi per nome e cognome. Anche se questi debbono essere discussi pubblicamente. Anche se debbono emergere dei colpevoli. Comunque papà non si è arreso. Ha chiamato pure l’assessore all’Istruzione del nostro comune. Un caro ragazzo, giovane, che sta su quella poltrona perché il fratello fa il difensore civico alla Provincia di Napoli. Ora riderai per il familismo. Fattene una ragione, da noi oramai è una norma che nessuno o quasi contesta. Dicevo di averlo chiamato.  E’stato disponibile. Mi ha detto che la colpa è della tua scuola perché “aveva richiesto troppi banchi e troppe sedie” . Però lui è stato bravo perché è riuscito “a far aggiustare un sacco di sedie e banchi facendo risparmiare un sacco di soldi al nostro comune”. Poi papà gli ha chiesto i dettagli della storia e qualche dichiarazione. Infine, dolce figliolo, siccome sono scocciante, gli ho pure chiesto del perché si fosse arrivati all’inizio dell’anno scolastico per queste cose. Lui è stato gentile, mi ha risposto che era impegnato e che avrei dovuto chiamarlo nel tardo pomeriggio. Avrebbe spiegato a me e ad un bel po’ di cittadinanza l’intera vicenda. L’ho chiamato alle 18,00 (che dici tesoro mio, era tardi pomeriggio o avrò sbagliato?). Mi ha risposto velocemente dicendomi che “avrebbe richiamato dopo qualche minuto”. Papà lo sta ancora aspettando. Però sai che babbo tuo non è proprio un babbeo. Così ho chiesto a certi genitori che sapevano dei banchi e delle sedie di chiedere ufficialmente insieme a me le motivazioni delle rotazioni. Ho detto loro che è un diritto di ogni cittadino sapere come funzionano le strutture che manteniamo con le nostre tasse (a proposito, quest’anno per il tuo compleanno dovrai accontentarti di una piccola torta. Ci sono da pagare le l’Imu, la Tarsu, le bollette del telefono e dell’elettricità). Si sono detti tutti indignati, tutti rossi di vergogna perché loro, un poco come me, avrebbero dovuto spiegare questo paese ai loro figli. Però dal preside e dall’assessore nessuno ci è voluto andare. “Teniamo famiglia”. E’ giusto così. Allora papà ha sperato nei professori i quali, oltre ad insegnarti, sono genitori e pure cittadini. Niente. Ed allora ho pensato che qualche politico cittadino si sia chiesto del come mai la più prestigiosa scuola sommese si trovasse all’inizio dell’anno scolastico senza banchi e senza sedie. Nessuno mi ha risposto. Uno aspetta l’Aurora, l’altro Godot (un giorno, se ne avrai voglia, conoscerai Godot), alcuni sono amici dei professori, ad altri non è fregato nulla. Sai tesoro, questo è un paese per omertosi che vive tre mesi ogni cinque anni (in realtà anche meno perché non tutte le amministrazioni arrivano a fine mandato, ma per questi meccanismi sei ancora piccolino). Tre mesi di campagna elettorale dove si ricordano dei giovani, delle scuole, dei disservizi, delle ruberie, delle risse e della cafonaggine che impera in questa città. Per il resto del tempo sono solo affari, rendite, e titoli. Tu figliolo non puoi ancora votare. Papà invece in quel week-end sicuramente sarà fuori. Decideranno altri per noi. E’ giusto così. Ora papà però ti deve lasciare. Spero ancora che tu possa comprendere le mie parole e spero anche che tu possa perdonarci per come ti lasceremo questo paese.

Nato nel 1981, ottima annata, sotto il segno della Bilancia.
Giornalista e blogger alle falde del Vesuvio.

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