La mia Pasqua, quando ruppi le uova nel paniere a don Armando.

Questa è la Settimana Santa, quella più importante e più intensa per un cristiano. E’ in questo periodo che si manifesta la forza del messaggio di Cristo. Il Cristo uomo, tradito, arrestato, processato, torturato, crocifisso e morto. Il Cristo divino, risorto per rivelare a noi la potenza del Padre. Io però oggi scrivo per ricordare un episodio pasquale piuttosto particolare. Erano una ventina di anni fa. Il mio maestro elementare era Salvatore Rea. Era stato già maestro di mio padre. A scuola s’andava tutti a piedi, attraversando il Casamale, con il grembiulino, ma senza il fiocco. Quello lo si indossava nel caso in cui passasse a trovarci la Direttrice che aveva gli uffici nel plesso di via Roma. Facevo il chierichetto alla Collegiata ed ero il piccolo assistente di don Armando Giuliano nelle benedizioni pasquali delle case e dei pollai. Era usanza all’epoca, dopo la benedizione, fare un dono al prete. Anzi, due. L’offerta in danaro e le uova di gallina fresche. Ecco io ero il ragazzino con il cesto di vimini in mano che accompagnava il prelato per le case ed i giardini del Casamale. In giro c’erano le prime farfalle (non so da quanto non ne vedo una!) quelle bianche che quando le acchiappavi ti lasciavano sempre una polverina nelle mani.  Arrivammo dopo un bel po’ di cammino nel giardino dove mia nonna aveva il forno. Stava infornando i tortani menati e nel frattempo che si cuocessero sistemava i casatielli, quei panettoni insapori ricoperti da una glassa di albume, zucchero e piccoli confetti colorati (“i riavulilli) che ti distruggono i denti. Su un altro tavolo le pastiere per la famiglia, profumate, suadenti, quelle che mangiavamo solo nelle feste pasquali. Sì perché prima, e non so ciò sia un bene o un male in verità, le nostre stagioni della vita coincidevano con gesti unici che si ripetevano con gioia di anno in anno. Così ad esempio per le feste andavamo dalle nonne a farci vedere con i vestiti “ingignati” (appena comperati), oppure il martedì della fiera, noi piccoli, andavamo a comprare le papere da crescere e mangiare imbottite l’anno successivo. Alla fine il monito di mia nonna Rosa fu piuttosto serafico: <<Cadi tu, ma non far rompere le uova>>. Detto, fatto. All’ultima tappa di questa mia allegra via Crucis, con la croce rappresentata dal cesto, caddi rovinosamente nella stradina sterrata che attraversava il piccolo campo coltivato a fave e piselli. E così ruppi le uova nel paniere a don Armando. Lui mi perdonò con un sorriso. Almeno lui.

Nato nel 1981, ottima annata, sotto il segno della Bilancia.
Giornalista e blogger alle falde del Vesuvio.

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