L’Amore che uno ha è l’amore che uno dà, nella salute e nella malattia

Ho percorso le scale tutte d’un fiato, appoggiandomi alla ringhiera che mi è sembrata scura e fredda, nonostante i buoni propositi del primo sole primaverile. Mi capita sempre così quando vado a trovare degli ammalati. Lo faccio da mesi, da quando mio padre è inchiodato in un letto. Non so perché, non è dovere, è solo che a volte mi va. Di fronte la porta d’ingresso della casa di Luigi(il nome è di fantasia, ma la storia è vera) trovo un foglio di carta bianco stropicciato. E’ attaccato al legno alla buona, con del nastro adesivo. Sopra c’è scritto, a penna, “non dite chi muore”. Entro e chiedo alla figlia di Luigi cosa significhi. Mariella è una ragazza adorabile, ha due occhi scuri e vispi, un fisico asciutto ed un sedere che comincia a riempirsi di gioia. Immagino che fra qualche anno, quando avrà acquisito coscienza della sua bellezza stringerà i cuori a parecchi uomini. Ammesso che le piaceranno davvero gli uomini. Mi spiega che suo padre non deve sapere di chi muore fuori da quelle quattro mura. La morte altrui gli toglie speranza. Mi fa strada lungo il corridoio. Sulle pareti sono appesi piccoli ed insignificanti quadretti. Racchiudono passaggi di paesaggi lontani, d’autunno e d’inverno. Le guardo i capelli ordinati ondulare sulle spalle e sento un leggero odore dal cuore di fiera, caramello e cioccolato, probabili residui di una serata secca e lussuriosa. Apre la porta della stanza dove sta Luigi. E’ nel letto. Con un passo felpato gli si avvicina. Controlla se il padre dorme. Seguo la scena dalla fessura della porta. Andare a trovare gli ammalati è molto difficile perché in fondo ci si sente ingombranti ad entrare nella quiete di chi lotta col male delle carni. Mariella mi fa cenno di entrare e mi dice sottovoce che il papà è sveglio. Entro e mi fermo sulla soglia. Sorrido, ma capiamo entrambi di non essere di buon umore. Siamo spesso incapaci di mentire di fronte alla malattia e non riusciamo mai bene a nascondere l’inadeguato senso di pietà che abbiamo per chi è degente. Luigi sposta lentamente il braccio per indicarmi una sedia su cui sedermi. E’ ancora giovane, ma sembra una tartaruga anziana nel gestire le coperte, il suo guscio. Lo scruto bene. Il peso della malattia ti trasforma, deforma. Noi conosciamo gli essere umani nelle loro interminabili sfaccettature. Ci sembrano vigorosi, spigolosi, inutili, insignificanti, eleganti, fascinosi, intelligenti, cattivi, armoniosi, pacifici. Insomma è l’umana variabile dell’essere umano che si presenta sempre e comunque. Però il malato è diverso. Il malato è una sorta di Cristo con un centurione invisibile che lo infilza sempre, ad ogni ora, in ogni istante. E’ fermo e tutti i giorni, tutti i maledettissimi giorni, porta la sua croce tra mille sofferenze. Alcune gli schiacciano il corpo decrepito, rigonfio di farmaci, incerottato e medicato. Altre invece lo spirito. Cos’ero, cosa sono diventato. Poi c’è ciò che ci gira intorno. La stanza matrimoniale di Luigi non è quella della prima notte di nozze. E’ sventrata della sua essenza. Su di un carrello ci sono scatole piene di medicine, medicazioni, cerotti, guanti in lattice, scatole di siringhe, disinfettanti. Sotto il televisore un cuscino quadrato nero. Luigi mi spiega che è antidecubito e serve a preservarlo dalle piaghe quando, a fatica, sua moglie e sua figlia lo girano di lato sul letto. Già perché a certi malati è tolto anche l’autonomia di girarsi e rigirarsi nella propria prigione. Manco un incubo potrebbe fare di notte. Suderebbe, urlerebbe, ma non potrebbe scattare via, non potrebbe esorcizzare il cattivo sogno, il brutale presagio, col proprio corpo. Luigi ora piange. Lo fa con dignità a piccole dosi e senza singhiozzi. E’ amareggiato per come è andata. Attenzione, per come è andata a lui, ma anche per come è andata alla sua famiglia, ai suoi affetti. E forse a me che lo guardo. A noi tutti. Un malato non ha sudario che tenga, ma preghiere di chi vive il dolore. E se non hai un Dio allora ti appelli a qualcos’altro. Tutto, purché ci sia qualcosa che ti tenga a galla. Noto una sacca che raccoglie le urine. E’ vuota, pulita ed ha attaccata una cannuccia. Luigi mi spiega che i medici gli hanno dato degli esercizi da fare. Immaginate, gli uomini costruiscono lentamente e faticosamente esistenze, e poi magari finiscono per  soffiare in una busta per il piscio un quarto d’ora ogni ora. Tutti i giorni. Tic, tac, tic, tac è il suono del suo tempo racchiuso in un soffio. Questo per evitare l’affaticamento dei polmoni schiacciati sotto il peso del torace e della vita che non si fa afferrare per i capelli. Poi ci sono gli odori della stanza. Le piaghe puzzano in un modo clandestino. Né vita né morte. Solo un odore penetrante, nauseabondo, potente al punto di fuggire dagli spifferi delle medicazioni. Luigi capisce, vede la mia faccia fredda, immobile, intorpidita e spiazzata da quella creatura di cui si vede solo la testa. Mi spiega che le piaghe colano. Liquido di nulla, di colore marrone, che esce dalle visceri delle carni e che si attacca alle lenzuola. Al sudario. Con Luigi parlo del più e del meno. Lui invece non mostra retorica. E’ malato e sa di esserlo. Ha più di una patologia, nessuna gli è fatale, ma tutte insieme trasformano la sua cartella clinica in una sorta di bollettino di guerra. Luigi tossisce, di una tosse insistente, come le puttane che ti adescano nelle zone buie delle stazioni centrali di certe città. Solo che lì c’è malizia. Qui perizia e minuzia. Aria che entra, fatica sordida che esce. Mariella mi porta il caffè. Avrà tempo per essere bella e imparare a fare pure il caffè. Accarezza suo padre fronte. Lui la guarda in un modo che mi sfugge. Chi legge mi perdonerà, ma è difficile a volte descrivere la potenza dell’amore. Anche se esso è declinato al maschile e non ha sesso. Anche se esso è rinchiuso in una prigione di un letto dove le lenzuola sono macchiate di dolore e la vita, per quello che conta, non è altro che un rosario. Mi alzo, saluto Luigi e lui mi chiede di tornare a trovarlo. Lo farò senz’altro. Mariella mi saluta e noto le sue buffe ciabatte gialle. Ridiamo insieme, come se fossimo stati amanti buffi che si ritrovano. Nel dolore di un padre e nell’amore di una figlia.

Aforisma: “Ma dove mai andranno a dormire le anatre di Central Park durante l’inverno?”. Tratto da “Il giovane Holden”, J.D. Salinger

Musiche: Real Estate – Fake Blues

palloncini

Nato nel 1981, ottima annata, sotto il segno della Bilancia.
Giornalista e blogger alle falde del Vesuvio.

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