L’Earth Hour del Wwf, quell’elogio del buio che non ci spaventa

Quando eravamo piccoli si andava in vacanza a Maierà, minuscola frazione di Cirella, paesino incastrato tra Diamante e Scalea, affacciato sul fronte tirrenico della Calabria. Maierà è un paese affannosamente arroccato su un monte ed è diviso dal suo comune gemello, Grisolia, da un burrone che mette le vertigini solo a pensarlo. La statistica, quello strumento che traduce in numeri l’acqua, le ossa, i respiri e i comportamenti di cui noi uomini siamo portatori, conta 1238 anime, a volte sparse, a volte invece imbudellate nelle casette tipiche del centro storico. Per arrivarci, all’epoca dei fatti, esisteva una sola strada e non era manco ritta. Era un nugolo di curve che assaltavano lo stomaco. Di giorno vedevi tutta la costa placida stagliata ed agiata tra i suoi colori. A disturbarne l’incidere il traffichio di uomini ed auto alla prese con la corsa al sollievo che solo l’acqua salata ti dà nelle giornate afose d’agosto. Di notte invece era uno spettacolo. Soventi ci si fermava con l’auto perché i fari avevano beccato il riccio che attraversava la strada. L’andare di quell’essere spinoso è curioso, sembra  sempre che il fatto non sia il suo, come se noi essere umani fossimo un apostrofo rumoroso nel loro aforisma silenzioso. Quando eravamo piccoli e lì villeggiavamo eravamo una comunità di arguti giovani che avevano un’unica rete a fargli da padrona: quella dei sogni e dei sentimenti. Intrecciavamo amicizie ed amori estivi e li intrecciavamo nei nostri racconti. Ci chiedevamo, nel campetto del parco che frequentavamo, se qualche bacio rubato o sguardo afferrato, potesse uscire fuori da quel posto selvaggio. Un posto  il cui tempo lo scandivano i versi delle cicale ed il pensiero dei primi seni e dei primi pungoli di barba che immaginavamo come la fine della nostra pubertà. All’epoca immaginavamo anche che ci mettesse in guardia sul mondo degli adulti non era altro che un pirata la cui nave si era desolatamente inabissata contro qualche perfido scoglio della vita. Avevano tutti ragione. Allora vivevamo sgraziatamente i riverberi dell’opulenza degli anni ottanta. Pensavamo che saremmo cresciuti e, seppur tra mille difficoltà, avremmo messo insieme famigliole che avrebbero portato felicemente i propri bimbi in villeggiatura. Prima però avremmo viaggiato, letto, amato. Ci saremmo impegnati in politica e nel volontariato. Avremmo comprato cose inutili, caterve di cose inutili, che avremmo utilizzato poco e male. Ma non ne saremmo rimasti schiavi. Noi da fanciulli eravamo schiavi di cose che sapevano di felicità. Molti di noi  le cose che ho scritto le hanno fatte. Magari manca il passaggio della famigliola felice. E forse perché col tempo siamo diventati sordi, precari e perché no, piuttosto infelici. Corriamo, corriamo, corriamo, ma fondamentalmente, dove andiamo? Probabilmente non lo sappiamo. Ma questa è un’altra storia. Una cosa però la ricordo delle centomila che abbiamo fatto in quel luogo di sguardi e sudore. Eravamo soliti uscire in gruppo per andare ad una pizzeria (oggi è un Hotel) che si chiamava K3. Era il primo avamposto, quello più vicino al parco in cui abitavamo, della nostra improbabile movida. La bellezza del centro storico di Maierà, da fanciulli che racchiudevano il significato di bellezza nella meraviglia degli occhi o delle labbra di una ragazza, non la comprendevamo. In quel luogo passavamo le serate. Si giocava a biliardino, ci si ingozzava di gelati. I più furbi rubavano le gomme al bar. C’era un cameriere che mi sembra si chiamasse Battista. Lo fregavamo sempre, ma senza cattiveria. Il nostro gruppo era piuttosto eterogeneo, per età, vezzi e mode. C’erano quelli che con gli anni sarebbero diventati metro-sexual in carriera, poi avevamo una rappresentanza dark, una punk. C’erano i semplici, i complessi, quelle dai lungi capelli biondi è quelle dalle tette fuori norma. Però eravamo amici, a nostro modo, ed in quello spicchio ristretto di tempo e spazio. Quando tornavamo al parco attraversavamo una stradina stretta e lunga. Era buia, tutt’intorno era buio. Però era un buio gonfio, forte, vivo. Riusciva ad avvolgerti senza che provassi timore anche perché noi eravamo i giovani padroni di quel mondo. Ebbene, avevamo un modo tutto nostro per rendere omaggio a quello stato di cose. Ci sdraiavamo al centro strada testa e pancia all’insù ad osservare il cielo. Noi ragazzi appoggiavamo la testa sul ventre delle ragazze. Non capivamo quale miracolo presupponesse il ventre di una donna. E nemmeno quali dolori avrebbe portato. Capivamo solo che era la nostra cassa per raccontare e raccontarci anche se, in effetti, a 13, 14 anni, non sei un granché come portatore di storie. E allora ci lasciavamo dominare dalle stelle che splendevano al buio, al di là della retorica che un’atmosfera del genere possa suscitare. Erano stelle vivide, composte nello stare al centro delle nostre esistenze. Le ascoltavamo e ci ascoltavamo, senza fretta, con fiducia. E non sentivamo solo i battiti del cuore nel ventre, ma anche i respiri, i sospiri. Con la torcia controllavamo sempre l’orario. Eravamo solidali, si usciva tutti insieme e si ritornava tutti insieme. E gli orari erano da piccole marmotte che si cimentano, da adolescenti, nel mondo. Non da padroni delle serate eccessive, che sono spesso, ma non sempre, fatte di alcol, droghe e selfie. Un giro di vita vuoto, stretto tra orribili mode e pessime abitudini. In contrasto con quelle sere di lune e di stelle, dove gli amori li chiamavamo per nome e ci si abbracciava per sentirci vivi, non per finire su un social-network.

 

P.S. Ho scritto questa cosa perché il 29 marzo vivremmo l’Earth Hour del Wwf, la manifestazione – giunto alla sua ottava edizione – che simbolicamente spegne le luci nel mondo per aumentare la consapevolezza “sul clima e per il futuro globale”. Quest’anno il via allo spegnimento delle luci sarà dato dalle Isole Samoa, alle 20,30 ora del posto (8,30 del mattino in Italia) e dopo il giro della Terra si chiuderà a Tahiti passando per Amazzonia e Artico. Tra i luoghi simbolo rimarranno al buio l’Empire State Building, il Tower Bridge di Londra, la Porta di Brandemburgo, la Torre Eiffel, il Cremlino e la Piazza Rossa di Mosca. Da San Pietro (Cupola e facciata) a Firenze (piazzale Michelangelo e Basilica di Santa Croce), da Napoli a Venezia (Piazza San Marco e Palazzo Ducale) a Milano (Palazzo Lombardia) fino alla Valle dei Templi, anche in Italia ci si prepara all’evento che spegne le luci ma che allo stesso tempo prova ad accendere i riflettori su cambiamenti climatici, riscaldamento globale e necessità di ridurre le emissioni di CO2. Godetevelo! (Fonte pezzo Repubblica.it).

Aforismi: Se cercando una mano nel buio trovi invece un culo, pensa alla ricchezza e al mistero del buio. G.C.

Musiche: I treni a vapore. Ivano Fossati.

buio

Nato nel 1981, ottima annata, sotto il segno della Bilancia.
Giornalista e blogger alle falde del Vesuvio.

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