Lettera a mio padre.

Nella mia giovanissima esistenza non credo di aver mai scritto qualcosa a, o su mio padre. L’ho fatto con tutti. Ho scritto lettere ai miei grandi amori, alle mie donne, a mia madre, a mia sorella, a molte comete, pubbliche e non. Ho scritto a molti miei amici, lontani e non. Ho perfino, da ubriachissimo, scritto Mourinho chiedendogli di non lasciare noi interisti orfani della sua faccia di bronzo. Ma io mio padre no. Cavolo. Non lo so perché. Forse perché tra uomini (“Ehi, siamo uomini!”) certe cose si fanno con più difficoltà? Forse perché di una lettera non saprebbe cosa farsene. Però certe cose voglio dirgliele, perché sono giorni difficili, dove cerco speranze, perché mi sente più solo di altre volte, perché sento sulle spalle delle responsabilità che non so veramente se mi competono. Ed allora scrivendo a lui curo me, mi infondo coraggio. Mio padre è un personaggio atipico, indolente, pigro. E’ della Bilancia, come me. Lui è nato il 29 settembre, io esattamente il giorno dopo. Ho giocato, con pessimi risultati, a calcio per una quindicina d’anni. E’ venuto a vedere si e no un paio di partite, dicendomi tra l’altro che lottavo, ma ero al contempo lento. Dei miei (mediocri) studi non si è mai interessato, men che meno dei miei scarabocchi. Non mi hai mai seguito nel mio percorso politico stoppato, forse, troppo perso. E’ stato sempre contento del fatto che io mi sia accompagnato a gente onesta. Mio padre, quando cinque anni fa salii su un palco a portare avanti la sfida di Arturo Rianna a questa cittadina non era d’accordo. Aveva paura, ha paura, ma non me l’ha mai insegnata. Forse perché nella fierezza gli ricordo suo padre, ma senza la ciocca di capelli bianchi che lo faceva tanto Aldo Moro. Un’altra cosa che mi non mi ha insegnato è stato il valore dell’ozio. Non mi alzo mai più tardi delle 7,30 e non so cosa significhino i mesi di maggio, giugno, luglio e settembre. Mi perdo il meglio dietro le albicocche, le ciliegie e le noci. In genere arrivo in spiaggia cadaverico e con i calli alle mani. Anzi, abbronzato in testa e sulle braccia se vogliamo dirla tutta. Un’altra cosa che non mi ha insegnato è la spocchia verso le persone anziane. In auto, se c’è una persona più grande di te si sale dietro. In verità anche se è donna, soprattutto se è mia madre (che essendo “petulante” dice di soffrire il mal d’auto). Non abbiamo mai preso un mezzo pubblico insieme, ma il cedere il posto agli anziani è piuttosto d’obbligo. Un’altra cosa che ho dovuto sempre mettermi in testa è stato il fatto di non camminare come un mulo in strada. “Cammina a testa alta e soprattutto saluta, anche se non le persone non le conosci”. E così, ogni qualvolta andavo a scuola e passavo per il Casamale, mi toccava salutare gli anziani seduti fuori i portoni degli stretti vicoli dell’Antico Borgo. Un’altra cosa che non si è preso mai la briga di insegnarmi è stato il disprezzo verso le cose degli altri. Una volta, avrò avuto non più di nove anni, mi venne la brillante di disegnare la bandiera dell’Italia con vicino scritto W la Costituzione sul muro di una casa. Per Dio, dopo dieci minuti si presentò a casa l’anziana donna proprietaria della struttura. Ero in trappola. Non ebbi un processo giusto ed equo, o una difesa da parte dei miei. Nonostante avessi i miei diritti di furfante. Presi un bel ceffone e la mattina alle sei, armato di secchio e pezza andai a pulire il muro. La signora, oggi ancora viva, mi disse di lasciar perdere, tanto avrebbe dipinto di lì a breve. Voleva solo vedere se mio padre mantenesse l’impegno di mandarmi a pulire. Mio padre è democristiano fino al midollo (anche se voterebbe Matteo Renzi!). Diventava maoista ogni qualvolta mi suonava le sberle perché mi alzavo da tavola a Pasqua e Natale. In effetti ci alzavamo io, mia sorella e i miei due cugini Umberto e Giuseppe. Però “abbuscavo” sempre io, “puniscine uno per educarne tre” pensava. Mio padre non ha voluto inculcarmi il gene della dissennatezza, della disonestà e dello sperpero del danaro. Ha sempre detto che se uno si spezza la schiena poi non può buttare i soldi a festini, cocaina e puttane. Diciamo che in lui c’è qualcosa di calvinista. Già, la religione, non ne parliamo. Lui porta l’Addolorata, ma va in chiesa a Pasqua, Natale e nel giorno di San Gennaro. A me invece è toccato fare il chierichetto di don Armando Giuliano, storico parroco alla Collegiata. Inoltre mi sono appassionato alla processione del Venerdì Santo. Ecco perché scrivo spesso male di come viene vissuta. Io scrivo male delle cose tenute male di cui sono appassionato, per il resto provo indifferenza. Un argomento che non ha mai toccato è stato per esempio le radici che legano la mia numerosissima famiglia alla mia terra. Lo ha fatto raccontandomi aneddoti su mio nonno, assessore al Casamale che amava ripetere “quello che dice De Siervo è ben detto” (nonno, vorrei dirti che da allora è cambiato poco, solo che oggi il Commendatore non c’è più), su mia nonna (Amelia à putecar’!), sulle storie dei personaggi che di sera non avevano altro che raccontarsi aneddoti ed appunto, storie. Mio padre non mi ha insegnato la denigrazione per chi la pensa come me (gli imbecilli non fanno testo, in quel caso divento intollerante, ma mio padre, posso giurarlo, non c’entra). Infatti a mia sorella (che è bellissima, lo giuro), solidamente comunista, non ha mai detto nulla. In verità non le ha detto nulla manco quando ha deciso di andare a vivere al centro storico Napoli almeno quattro giorni a settimana. Non l’ha detto, ma avrà pensato che quella ragazza ha le palle ed il sorriso per affrontare la vita. Ed è come se l’avesse trasmesso anche a me questo sentimento. Ma io vivo in casa, con lui e mammà, perché sono un bamboccione viziato. Mio padre mi ha insegnato a non tifare Napoli, ma Inter, anche se alla fine, tifa sotto sotto per i partenopei. Mio padre continua a non volermi insegnare tantissime altre cose. Lo fa quotidianamente. Una cosa però mi ha insegnato, e questo è il colpo di scena finale. Che si può amare un genitore anche se silenzioso, se non morboso, se non giovanilistico, anche se dice molti no. Che si può ritenere un uomo del genere una figura nobile ed importante del romanzo della mia vita. “Ti voglio bene papà” anche se, fondamentalmente, a noi, della festa del papà, non frega assolutamente nulla e quindi manco ce lo diciamo.

Aforisma:”Onora tuo padre e tua madre, come il Signore Dio tuo ti ha comandato, perché la tua vita sia lunga e tu sii felice nel paese che il Signore tuo Dio ti dà”. Deuteronomio, Antico Testamento, VI-V sec. a.e.c.

Musiche: “Le storie di ieri”, nella versione di De Gregori

MIO PADRE

Nato nel 1981, ottima annata, sotto il segno della Bilancia.
Giornalista e blogger alle falde del Vesuvio.

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