Napoli, siamo in guerra. Solo in guerra i Pasquale Romano muoiono "per sbaglio".

L’amore per me è come la giovinezza. A Rosanna il piombo duro ha strappato entrambe le cose. Napoli punto e a capo. Di nuovo un foglio bianco da riempire col sangue di un giovane nel capitolo che la camorra dedica ai “poveri Cristo” ammazzati per sbaglio. Pasquale, Lino per i suoi cari, aveva trent’anni. Aveva da poco fatto il gesto più semplice del mondo. Parcheggiare la sua auto, passare dalla fidanzata, darle un bacio, raccontarle della quotidianità, ridarle un bacio. “Stasera ho il calcetto, ti chiamo appena ho finito” avrà detto Lino a Rosanna. Alla partita non c’è mai arrivato. I killer erano appostati in piazza Marianella, nell’omonimo quartiere tra Chiaiano e Scampia. Gli hanno scaricato addosso 14 proiettili. Lupi che sgozzano agnelli. La foresta è fredda, la caccia è aperta. La città delle bestie riaccende i suoi riflettori. Napoli punto e a capo. Napoli che non protegge i suoi giovani. Non solo le vittime, ma gli stessi killer avranno bisogno di protezione. Dalla camorra che spesso non perdona gli sbagli, dalla loro scelta di vivere da predatori e prede. Lino invece con la camorra, quella montagna di merda attaccata in ogni angolo del Mezzogiorno, non aveva nulla a che fare. Lino era al posto sbagliato al momento sbagliato con dei cacciatori alle calcagna. Come se poi uno sapesse realmente qual è il posto giusto al momento giusto. Ho trent’anni, ho una fidanzata e gioco a calcetto. Sarei potuto essere Lino. Anzi oggi sono Lino. Ora ci sarà il carosello, il pianto, l’amarezza, la suggestione di un intero popolo che per mezz’ora si stringe intorno a chi resta. Ora ci saranno le fiaccolate e gli inquirenti che scenderanno nella fanghiglia per arrestare i colpevoli, comprendere i motivi, se ci sono, di questo assurdo e plateale delitto. Però a pochi verrà in mente di chiamare ciò che sta ri-accadendo a Napoli con il suo vero nome e cognome: una guerra. Solo in guerra si muore per sbaglio. Solo in una sporca guerra si sa dove sono rintanati i nemici, quali sono le loro fonti di approvvigionamento, quali armi usano. E in una guerra scendono in campo gli eserciti, quelli addestrati a combattere. I Lino no. I Lino sono carne da sacrificare all’altare della violenza, al predominio di territori poveri come il deserto. I Lino sono quelli che hanno paura del futuro in questo mondo in cui la crisi economica e sociale sta sgretolando le certezze, ma di certo non hanno paura di finire sotto una canna arroventata come un qualsiasi boss. Per troppo tempo ci siamo affidati ai volontari, ai carismatici portatori di speranza, ai maestri di strada, ai singoli eroi abbandonati da tutto e tutti. Ecco, se oggi avessi un potere, quello di affidare il Nobel, lo darei a chi lotta in queste terre di confine. Però credo che sia giunto il tempo di dire basta. Credo che un paese civile debba cominciare a fare sul serio i conti con i suoi demoni. Costi quel che costi. Lo dobbiamo ai Lino, alle Rosanna, ai Salvatore, ai Vincenzo, ai Mimmo, ai Giancarlo, agli Elio, alle Simonetta, ai Dino, alle Annalisa, agli Angelo, ai Dario, ai Federico e a quelli che, purtroppo, debbono essere ancora iscritti al capitolo delle vittime innocenti di camorra

Nato nel 1981, ottima annata, sotto il segno della Bilancia.
Giornalista e blogger alle falde del Vesuvio.

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