Quel purgatorio chiamato Cotugno

Angela ha quattordici mesi e le piacciono gli animali. Imita, divertita, i versi di pecore, asini, cani e gatti. Li ha imparati giocando.Il suo sorriso squarcia il grigio dell’intero padiglione. Ti accorgi della malattia solo per i supporti dei lavaggi che con una certa grazia porta sul braccino. Alessia invece di anni ne ha trentasette. E’ crocifissa al letto proprio come Cristo. Ha dei folti capelli ricci e scuri. Gli occhi neri, svuotati della loro essenza, che fissano un punto della stanza. Il reparto di neurologia infettiva del Cotugno e’ un luogo strano, incrocio di storie. Io l’ho ribattezzato il purgatorio perché chi entra resta lì, con speranze complesse almeno quanto le preghiere che recita. Mio padre non è messo malissimo. Lui vaga in carrozzella, con le sue braccia. Il cibo dell’ospedale non gli piace, ma mangia affamato. È il cortisone forse. O forse e’ solo un gesto in più per passare la giornata nel reparto. È la prima volta che ne scrivo. Chi si diletta a scribacchiare ha spesso demoni nascosti che scalciano e sbraitano furenti. Demoni che ti rodono ai fianchi corpulenti di vita e di stanchezza. Dicevo del reparto. C’è una certa sintonia tra i malati e ed il personale adornato di una pazienza fuori dal comune. I malati meno malati aiutano e solidarizzano con chi è giù, abbattuto magari dal fatto di non vedere e non sentire il male che succhia i muscoli ed il cervello. Encefaliti e meningiti qui sono di casa. Così come i Santi che in bella mostra sono su un muretto che io ho ribattezzato “del pianto”. Mi sono reso conto che ci sono anche statuine straniere. La bellezza della malattia sta nella sua democraticità, non come certi occhi cerulei che squarciano la notte e di cui pochi fortunati possono godere. Ma i malati spesso non sono soli. Ci sono i familiari, gli amici, i volontari che assistono e per certi versi redimono. Un giorno forse scriveranno un vecchio blues stropicciato per loro che mantengono la barra dritta anche sotto la tempesta. Noi, marinai un po’ naufraghi legati al risultato di una puntura lombare o ad un encefalogramma. Perfino la misurazione della febbre e’ una sorta di rito messianico dal quale comprendere l’andamento della giornata. E del quale ovviamente proviamo una certa soggezione. Quando poi incrociamo stanze sigillate ci prende un sussulto. Non per la quarantena, per il rumore di fondo del pianto di chi vede il proprio caro dissolversi in quel luogo tanto brutto. Il destino dovrebbe almeno concederci la possibilità di consumare le nostre ultime gocce di vita in un posto almeno aggraziato. Non so, tra le braccia di una bella donna, in spiaggia, nel letto di casa. Questo al Cotugno non potrebbe avvenire anche perche’ esso nel complesso e’ piuttosto brutto. Lo salva il bosco che tutto intorno si inerpica sontuoso. Il resto sono palazzoni dentro palazzoni, reparti dentro reparti, dolori dentro dolori. Il carrello dei medicinali sembra quello dei panini americani. Gli infermieri al mattino passano e lasciano le pillole. Ad Angela abbiamo spiegato un po’ tutti che sono caramelle. Crede ancora a Babbo Natale, ha creduto alla storia delle caramelle. Un giorno nel reparto faremo una grande festa, di quelle che ti porti dentro per tutta la vita. Al posto del cortisone, degli antibiotici e dei lavaggi porteremo rustici, dolci, vini e spumanti. Le carrozzelle ed i passeggini li addobberemo come slitte colorate. Ai medici toglieremo le cravatte, alle infermiere il resto. E saremo per un giorno tutti più felici in quel purgatorio immaginario chiamato Cotugno.

Musica: explosion in the sky, “your hand in mine” Aforisma:” Noi andavam per lo solingo piano com’om che torna a la perduta strada, che ‘nfino ad essa li pare ire in vano”. Versi 118-120 primo canto del Purgatorio, D.A.

Nato nel 1981, ottima annata, sotto il segno della Bilancia.
Giornalista e blogger alle falde del Vesuvio.

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