Siamo inadeguati, abbiamo smesso di combattere la camorra

Le lettere che Fiore D’Avino sta inviando a Laprovinciaonline.info (ed al Giornale) ha riaperto, più o meno, il dibattito in città su un passato ancora tutto da decifrare ed un presente piuttosto inadeguato sul fronte della lotta alla camorra. In molti stanno criticando e contestando la scelta di dar voce all’ex boss, proprio a ridosso di una campagna elettorale che si prospetta infuocata (a meno che non si voglia continuare con l’insipienza politica degli ultimi cinque anni). Altri invece cantano il solito ritornello:”Quando c’era Fiore era tutto migliore. Si stava più tranquilli, non circolava droga, i ladri stavano buoni, le auto non ce le fregavano” e così via. Insomma c’è ancora nella cultura popolare, di giovani e vecchi, donne e uomini, questa concezione che la camorra in fondo, un po’ come per i fascisti revisionisti, tutta sta montagna di merda proprio non era. Ed allora da giorni mi chiedo il perché sia ancora incrostata tale concezione, errata, nelle nostre teste. Il perché è piuttosto semplice: abbiamo smesso di parlare e di combattere la camorra. Tutto qui. Negli ultimi sette o otto anni la camorra, nella nostra città, e’ finita in una sorta di buco nero, nella soffitta della casa del nulla che tutti stanno contribuendo a costruire. È scomparsa dai dibattiti (in verità non dibattiamo più di nulla, c’è solo l’inciucio e la caccia al “pseudogiornalista”), e’ scomparsa dall’azione profonda delle istituzioni del territorio (esclusion fatta per il bene confiscato a Fiore D’Avino ed assegnato al Forum dei Giovani). Insomma, quel senso di ingiustizia profondo che ha in seno il sistema camorristico non si attacca più alla nostra pelle, ai nostri cuori. Certo, la colpa e’ anche di quelle classi dirigenti impegnate a parlare di parcheggi, tessere, candidati, elezioni, personalismi, clientelismo e robaccia varia. Ma il senso di vuoto sembra aver attecchito anche nelle intellighenzie cittadine, impegnate soltanto a voltarsi indietro e a scavare nella storia e nel mito della cittadina, al netto degli anni bui dei cammorristi. Poi c’è chi di camorra e di legalita’ parla. Non sono i “professionisti dell’anti”, ma associazioni e cittadini che stanno tentando di fare rete. Naturalmente, come spesso accade nelle nostre terre, sono piccole riserve indiane vessate in qualche caso, o abbandonate in qualche altro, dalla politica a caccia, famelicamente, di posti, vetrine, piaceri ed appoggi (immaginate come stiamo combinati!). La letteratura sulla camorra e’ piuttosto vasta, così come vaste e profonde sono le analisi che negli anni le sono state dedicate. Ebbene, da tutta trapela il segnale che essa non sia un mero dispiegamento di forze del male contro quelle del bene o viceversa. La camorra e’ un sistema complesso, divenuto negli anni sofisticato. Il solo camorrista assetato di potere e denari non basta a spiegare il fenomeno. I clan avevano ed hanno appoggi istituzionali, economici e finanziari innestati su un retroterra culturale piuttosto complesso ed in parte arcaico. In passato lo Stato ammanettava “i cattivi con la pistola ed il tritolo”, gli strangolatori della legalità. I collettori degli sprechi dei soldi pubblici, delle mazzette si nascondevano dietro di loro ed in molti casi l’hanno fatta franca. Oggi invece lo Stato colpisce anche i beni, le aziende di gente (più o meno) insospettabile. Ed allora perché ritornare a parlare di camorra e legalità. Semplicemente perché non basta segnalare che in quella zona degradata c’è una base di spaccio (o denunciare il pizzo e poi lasciare nella merda i denuncianti, manco fossero appestati!). La base di spaccio la abbatti se riqualifichi le aeree in cui sorgono, se gli dai speranza, se urbanizzi armoniosamente, se metti quelle genti in condizioni di produrre azioni simili a quelle di una collettività emancipata dal peso dell’oppressione camorristica. Se invece quelle zone vengono trattate come delle puttane, io pagò te e tu come prestazione mi dai il pacchetto di voti, allora le basi di spaccio diventano lentamente cattedrali del malaffare. E le cattedrali hanno dei propri fedeli. Così si torna al punto di partenza ed al rimpianto per quegli anni dove tutti campavano tranquilli. Non è così. I politici mazzettari di oggi non possono spendere i soldi di allora. Le ruberie sono circoscritte alle ristrettezze dei patti di stabilità e servono più che altro a mantenere tenori di vita cafoni ed inadeguati alla realtà economica e sociale del paese. Quindi i camorristi dovrebbero per forza trovare un modo per finanziare l’organizzazione. La droga non la spaccerebbero qui, ma al paese accanto e cambierebbe poco. Il gioco d’azzardo clandestino ci impoverirebbe. La tangente, anche se morbida, finirebbe di strozzare le attività produttive già spolpate dal 52% della pressione fiscale( per chi paga ovviamente) e dalle banche. Per cui il “stavamo meglio quando stavamo peggio” lasciamolo agli stolti. Quelli di buona volontà si mettano a ragionare e a discutere di (anti) camorra e legalità. E fa niente se la pancia dell’elettore brontola. Quella ha sempre fame.

L’aforisma: C’è chi, come prezzo del proprio misfatto, ebbe la forca, chi la corona.

 

Nato nel 1981, ottima annata, sotto il segno della Bilancia.
Giornalista e blogger alle falde del Vesuvio.

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