Storie da Orvieto, dove c’è ancora un’Italia che ce la fa

Dal mio peregrinare per l’Umbria, chili in più a parte, mi sono portato dietro con me un paio di storie. Entrambe vissute ad Orvieto, “l’incantevole Orvieto”, come avrebbe detto un mio amico a al quale l’incanto della bellezza dei luoghi toglie il fiato più delle paure. La prima storia è di dignità, solidarietà e sacrificio. Erano da poco passate le tredici di domenica e arrivato alla Cattedrale orvietana mi dirigo verso i bagni pubblici. Pulitissimi. Scalzo il cartello giallo che mi indica di fare attenzione per il pavimento bagnato e mi accorgo che una signora sta lì seduta a mangiare. Le chiedo, non senza imbarazzo, quale sia il bagno degli uomini visto che non c’è alcuna scritta. Lei mi indica la porta di fronte  ame. Entro nella toilette e ne esco poco dopo. A quel punto mi incuriosisco per la signora lì seduta beatamente a pranzare, da sola, di domenica, in dei cessi pubblici. Le chiedo cosa mangi e lei mi risponde che sono umbriachelle al sugo di cinghiale. La scruto, la trovo bizzarra. Ha un pantalone a fiori colorato, una camicia verde ed uno smanicato azzurrino. E’ anziana, sulla settantina, ed è truccata con del rossetto sbavato dal sugo ed un ombretto celeste. E’ bionda, ha i capelli rasati sui lati e il ciuffo che le cade a destra. Per un attimo provo ad immaginare mia nonna con quel taglio di capelli, ma subito smetto. Lei mi spiega che è lì per il figlio. La ditta che ha vinto l’appalto sembrerebbe a corto di personale e quella domenica gli ha affidato la gestione di due bagni pubblici. E la donna per dare una mano al figlio si occupa di uno delle due strutture. <<Il lavoro è poco e questo ha trovato il mio ragazzo>> mi dice allegramente. La sua ricompensa è, oltre all’amore e alla dedizione per il figlio, quel cestino di plastica dove posano le mance. E’ poco, ma di una dignità spiazzante.

L’altra storia invece la dice lunga su quanto il genio creativo italiano possa combattere e sconfiggere la crisi. Anche se essa morde soprattutto le caviglie di noi giovani eredi delle vacche rinsecchite che ci hanno lasciato le generazioni passate. Io e Francesca entriamo in un vicoletto nelle strette budella di Orvieto. Siamo colpiti dai fiori e dall’arco sospeso che dovremmo attraversare. Scopriamo un mondo di colori, di luci, di profumi. Cerchiamo un ristorantino dove poter assaggiare la “vacca vecchia”. Ad un certo punto ci imbattiamo in un negozietto di borse. Ci fermiamo, io ho sempre bisogno di qualcosa da vedere, toccare. Di fronte a noi un piccolo bancone bianco con sopra una macchina per cucire, anch’essa bianca. Tutto intorno borse e borselli. Bauletti, buste e insomma, borse di ogni genere, forma e colore. Colori vivi, freschi. Il turchese col grigio, il giallo col blu. Comincio a toccare. Ho sempre l’impressione che per avere il senso della misura delle cose io debba toccarle. Mi accorgo che sono fatte in plastica, anzi di  linoleum bullonato, di quello che si usa sui cantieri. Intorno invece hanno il complemento di tela, come quello utilizzato per le scarpe da running. L’idea è originale, io non ne ho mai viste in giro. Nel negozio ci sono due ragazzi. Alessia mi spiega i dettagli tecnici delle borse e il successo che stanno avendo. Non è ruffianeria, quelle borse hanno qualcosa, un quid per dirla alla mister B. Mi spiega anche la loro storia. Insieme ad altre due amiche lavoravano come arredatrici d’interni. I segni sono sui complementi d’arredo nel negozio dei quali mi colpisce una lampada in un secchio bianco in plastica con sopra un coperchio in legno. La giovane mi dice che in Italia ad un certo punto hanno cominciato a lavorare poco e quindi si sono “riadattate”. <<All’inizio- mi spiega la giovane mentre mi confeziona un borsello- avevamo serie difficoltà a cucire. Poi piano piano siamo riuscite a superare l’imbarazzo e a confezionare tutto ciò che creavamo>>. Oggi TooItaly è un marchio che sta girando parecchio e che presto potrebbe spostarsi dalle borse alle scarpe. I pezzi prodotti sono tutti unici. Quando la creatività vince la paura, quando il rimboccarsi le maniche serve a preservare la libertà del proprio estro, nascono storie così, che partono da Orvieto, “l’incantevole Orvieto”, ed arrivano ovunque uno voglia farle arrivare.

Danilo Rea e Paolo Fresu – “Almeno tu nell’universo”

Chi dice che una cosa è impossibile, non dovrebbe disturbare chi la sta facendo.

tooitaly

Nato nel 1981, ottima annata, sotto il segno della Bilancia.
Giornalista e blogger alle falde del Vesuvio.

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